Recensione MY NAME IS MICHAEL HOLBROOK – Mika

‘My Name is Michael Holbrook’ correva il rischio di essere un disco pretenzioso e autoindulgente, invece Mika è stato capace di recuperare l’energia delle origini con la maturità dei suoi 36 anni

Territori scivolosi, gli album della maturità. Quelli dove si fa pace con sé stessi, dove ci si ritrova, dove si chiude un capitolo della vita e della carriera per aprirne un altro, quelli dove “eccomi come sono veramente” e via inanellando luoghi comuni buoni per infiocchettare gli strilli sulle copertine dei giornali patinati. Il più delle volte dischi del genere si rivelano essere, nella migliore delle ipotesi, tirate lunghissime e parecchio noiose dove il solo appagato alla fine dell’ultima traccia è chi l’ha registrato, che ha legato i propri fan alla sedia posta a fianco del lettino sul quale si è sdraiato, per giunta senza pagarli. Altre volte, sono ancora più semplicemente dischi brutti e non all’altezza dei predecessori.

Il rischio che “My Name is Michael Holbrook” potesse risolversi in uno dei due casi sopra elencati c’era, ed era concreto: dai tempi di “Life in Cartoon Motion” in poi Mika si è progressivamente distaccato dalle melodie appiccicose e dai ritornelli killer per diventare via via sempre più posato, più completo – questo sì – come artista, ma anche più pensoso, più celebrale e meno spensierato. Il successore di “No Place in Heaven”, invece, sorprende: l’album “gioioso anche se nato dalla tristezza”, come lui stesso ce l’ha descritto, ha sì passaggi dove l’introspezione prende il sopravvento – si pensi a “Paloma”, dedicata alla sorella sopravvissuta a un terribile incidente, o a “Tiny Love” – ma senza rinunciare all’irruenza di “Ice Cream” o alla spensieratezza di “Dear Jealousy”.

Non che, ovviamente, un numero di bpm sufficientemente alto e la tonalità maggiore bastino, da soli, ad allontanare l’autoindulgenza. Anzi: la sorpresa migliore che “My Name is Michael Holbrook” riserva a chi l’ascolta è quella di riscoprire un Mika ancora capace di affilare le solite, vecchie armi del pop – ritmo e melodia – con la maturità di un autore che sulle spalle porta ormai il peso di quattro dischi. Certo, questo non è il migliore dei dischi che l’artista anglo-libanese avrebbe potuto scrivere o registrare: un po’ più di sintesi avrebbe giovato, e non tutte le tredici canzoni in scaletta se la giocano alla pari. Ma il fatto che la voce di “We Are Golden” ritrovando sé stesso abbia ritrovato anche l’energia e l’urgenza degli esordi, dimostrandosi capace di piegarla all’esperienza e alla maturità di oggi, non può che fare piacere: fossero tutti così, i dischi della maturità…